Qui non ci sono bambini. Un’infanzia ad Auschwitz

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Qui non ci sono bambini. Un’infanzia ad Auschwitz

Thomas GEVE
Giulio Einaudi Editore, Torino, 2011
Recensione a cura di Barbara Simonelli
“Sono nato nell’ottobre del 1929 a Stettino, sulle rive del Baltico. Avevo poco più di tre anni quando Hitler salì al potere, nel gennaio 1933. L’unico universo di cui avessi memoria fu quello della repressione e della persecuzione” (1).

Queste le parole con cui Thomas Geve presenta se stesso, la propria storia e la propria epoca all’inizio del suo libro di disegni, di didascalie e di memorie autobiografiche: Qui non ci sono bambini. Un’infanzia ad Auschwitz (Giulio Einaudi Editore, Torino, 2011, trad. it. di Margherita Botto, pp. 186). In queste poche, semplici parole, si intuisce il tragico momento in cui trauma individuale e trauma collettivo si congiungono, e lasciano tracce nelle memorie di una vita, tanto più in quella di un bambino.

Nell’ottobre del 1938, all’età di nove anni, Thomas si trasferì a Berlino con la madre, vivendo presso la casa dei nonni, dove studiò fino a quando non vennero chiuse le scuole ebraiche nel 1942, e poi lavorò come giardiniere e becchino nel cimitero ebraico del quartiere di Weissensee. Alla fine dello stesso anno il padre partì per Londra, con l’intenzione di condurre in breve tempo in Inghilterra la moglie ed il figlio. Non riuscì nel suo intento: furono deportati a fine giugno del 1943; lei venne trasferita ad Auschwitz-Birkenau (Auschwitz II) e costretta ai lavori forzati in una fabbrica, a cui non sopravvisse; Thomas rimase ad Auschwitz I, matricola n. 127003, in cui ebbe “la fortuna di essere considerato abile al lavoro” poiché dimostrava più della sua età ed era in buone condizioni fisiche, il che gli evitò di venire inviato “direttamente alle camere a gas” (2), come accadeva invece a tutti i bambini di età inferiore ai 15 anni.

A questo allude tragicamente il titolo del suo libro: lì non c’erano bambini. Thomas Geve trascorse i successivi 18 mesi in quel campo, fino alla sua evacuazione nel gennaio del 1945, e poi a Gross-Rosen e Buchenwald, fino all’11 aprile 1945.
Nei giorni immediatamente successivi alla Liberazione, a 15 anni e mezzo, realizzò i suoi disegni, quando ancora si trovava nel blocco 29 del Campo di Concentramento di Buchenwald, in cui rimase per circa un mese, poiché troppo debilitato per essere trasportato, come poi sarebbe accaduto, nel convalescenziario infantile di Zugerberg, Svizzera. Qui avrebbe incontrato la giovane pedagogista Liselott Walz, che fu la prima, purtroppo per molti anni l’unica, a comprendere il valore dei suoi disegni, tanto da farne copia e conservarli in un suo diario (3).

Non grandi opere; 79 piccoli disegni realizzati con matite colorate ed acquarelli, sul retro di moduli amministrativi delle SS, quasi tutti dimensioni 10 x 15 cm. Miniature dunque, moderni capilettera di drammatiche pagine di storia e di memoria, raccontate poi in parole da altri testimoni.
Immagino che il giovane Thomas non conoscesse la probabile radice etimologica della parola miniatura, dal latino minium, il minerale da cui si ricavava il colore rosso, tradizionalmente utilizzato per queste immagini; certo, rosso è il colore dominante del disegno che apre la sua biografia per immagini, visione prospettica del campo, dei campi di concentramento, con la morte come punto di convergenza, ed al contempo macabra personificazione dell’anima dei campi della morte: un teschio al centro, una gorgera di filo spinato ed una lunga veste rosso sangue, che si estende incombente oltre i confini del foglio, con ricamati i nomi di 16 campi di concentramento (4).

Il piccolo spazio del foglio, i suoi confini, i suoi margini delimitano uno spazio intermedio dell’esperienza, compreso tra realtà interna, interiorizzata ed immaginata, e realtà esterna, in questo caso violenta ed inimmaginabile (5). In arte terapia, sperimentare l’intermedietà significa riconoscersi nello spazio, nel momento in cui interno ed esterno possono incontrarsi e dialogare, poterlo occupare, sperimentare la propria identità e la propria esperienza entro un confine noto, finito, controllabile (6).

Con questi disegni Thomas voleva raccontare al padre, che si trovava a Londra, “la situazione così com’era realmente stata” (7). Non è immaginabile supporre che Thomas sapesse che il padre era ancora vivo, né che lo avrebbe incontrato di nuovo; eppure in questa cieca fiducia è rinchiuso il potenziale creativo che permette alla mente di sopravvivere, e raccontare. Testimonianze, con spiegazioni in tedesco, che documentano in modo molto dettagliato, e con una certa precisione storica, la sua infanzia ad Auschwitz: l’architettura e l’organizzazione dei Lager, il loro funzionamento interno, le cadenze delle giornate e delle settimane, i lavori che vi venivano svolti, i regolamenti disciplinari, i problemi igienici e gli aspetti medico-sanitari, l’attenzione ossessiva per il cibo, ed anche epidemie, bastonature, segregazioni nei bunker, impiccagioni, camere a gas, forni crematori.