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Finalmente ho perso tutto

Autori: Giulio Tampalini con Marcello Tellini

Edizioni: Infinito Edizioni, Formigine (MO), 2015

Recensione di: Luca Zoccolan

 

 

Cosa distingue un grande interprete del musicale da un buon esecutore?

La distanza è la stessa che separa un musicista da un artista ispirato!

Il primo fa passare la musica tra la pregnanza narcisistica delle sue conoscenze e della sua lodevole tecnica, il secondo si fa tramite della propria maestria per lasciar spazio alla musica!

In che modo? Perdendo tutto!

Questo è il viaggio che ha intrapreso Giulio Tampalini, docente, chitarrista e interprete d’eccezione del panorama concertistico internazionale che, con la sua godibilissima biografia dal ritmo sostenuto e coinvolgente, scritta in collaborazione col medico musicista Marcello Tellini, ci racconta come l’evoluzione e la crescita personale possano determinare il successo di un musicista.

Un giorno, un allievo molto attento, disciplinato e desideroso di raggiungere l’illuminazione, si rivolse al proprio maestro chiedendogli come fosse possibile che, dopo così tanti anni di studi e pratica meditativa, non fosse riuscito ancora a raggiungere la vetta più alta. La risposta del maestro fu inequivocabile e immediata: Togliti di mezzo!

Quando ascolti un concerto di Tampalini, la sensazione confermata da chi ha avuto la possibilità di udire il tocco graffiante ed espressivo di questo poeta delle sei corde è proprio questa: l’assenza del protagonista. L’esecutore non esiste più… dov’è Tampalini? Non c’è, si è tolto di mezzo e al suo posto è rimasta la musica e la scia profumata che trapela dai righi dei più grandi compositori, la loro anima, la loro storia, tutto a portata d’orecchio!

Merita una particolare attenzione un capitolo del libro in cui, non riuscendo più a suonare a causa di una fastidiosa tendinite apparentemente cronica, il musicista, ancora agli albori della sua futura e fervida carriera concertistica, fortunatamente s’imbattè nelle mani sapienti ed esperte di Mutsumi, un terapista giapponese che seguiva il benessere psicofisico dei ballerini della Scala di Milano. Sarà un incontro decisivo dove il maestro “col sole in tasca”, come diranno i giornali e gli addetti ai lavori più tardi, apprende l’importanza di saper guardare al benessere fisico di un individuo nel suo insieme, in modo, potremmo dire, quasi olistico.

Una mano è dolente, ma forse sono altre le parti del corpo che non lavorano nel modo giusto perché un musicista possa tornare a sentirsi leggero e sereno sul palco.

Le pagine di questo breve ma curato saggio autobiografico possono essere preziose e offrire molti spunti interessanti anche per chi si affaccia al mondo interdisciplinare della musicoterapia.

Ci rammentano infatti che, per far risuonare l’ISO (identità sonora) di chi sta per raccontarsi in una sorta di diario sonofonico, la cosa indispensabile è che il musicoterapeuta si faccia da parte, pur impiegando le sue tecniche e pur alimentando quei processi creativi in grado di incrementare la comunicazione e la dimensione autoregolativa emozionale.

Inoltre, l’esperienza di cui ci parla Tampalini può essere d’aiuto anche al musicoterapeuta che spesso è sottoposto a tensioni psico-corporee che non devono essere sottovalutate.

Ragion per cui, come già avviene in Spagna dove c’è la giusta attenzione riguardo alle problematiche che possono riferirsi alla salute del musicoterapeuta, sarebbe auspicabile che ci si preoccupasse di alternare il lavoro musicoterapico con ginnastica, nuoto, meditazione e tutto ciò che consente di preservare l’equilibrio psicofisico di un operatore comunque impiegato in ambito socio sanitario e pertanto sottoposto a uno forte stress con il sottostante rischio burnout.

Con umiltà, semplicità e una profondità che non può che stupire il lettore, il maestro Tampalini ci accompagna nel percorso della sua vita, nel suo rapporto con la musica, con se stesso, con l’accettazione dei limiti e la voglia di andare oltre… mostrandoci come la vera forza artistica, la vera creatività stia proprio in quell’interiorità che chiede voce e che si dona agli altri.

Questo è forse il più grande degli insegnamenti del libro: l’umiltà dell’artista e il suo desiderio di condivisione.