Il respiro della musica

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Il respiro della musica

Paolo Terni, Il respiro della musica, Milano, 2011, Bompiani

 

 

Sono tante le strade che portano all’ascolto! E altrettanti sono i modi per parlare di musica! La lettura che proponiamo guarda a essa da un’altra angolazione: quella più vitale. E si rivolge a quell’accompagnamento sonoro ed esistenziale che dà voce alle nostre vite sia da potenziali esecutori che da ascoltatori distratti o attenti quali noi siamo nel trascorrere del nostro tempo.

Nella culla delle conoscenze letterarie, musicali e drammaturgiche, Paolo Terni è una figura di grande rilievo culturale. Il fatto che uno studioso di tale profondità di pensiero e di grande maestria nella scrittura dia alla luce un libro dal titolo così significativo, Il respiro della musica, ci dovrebbe indurre a catapultarci nella libreria più vicina per acquistarne una copia senza esitazioni, a occhi chiusi, quasi come un atto di fede per amore della musica e del suo intrinseco mistero.

Questo non è uno di quei saggi accademici dal taglio analitico, pronti a sezionare ogni dettaglio strutturale compositivo di un’opera d’arte. Parliamo di respiro e, coerentemente, l’autore ci guida verso questo tipo di esperienza sonora.

È come se ogni opera citata fra le pagine profumate e pergamenate di questo saggio, per altro valorizzato da un editing e da una cura estetica (copertina inclusa) impeccabili da parte della Bompiani, fosse in grado di guidare il lettore anche meno esperto verso un ascolto inusuale, quasi paradossale, un ascolto privo di audio.

È possibile sentire un suono senza dover ricorrere all’organo di senso che, per dòxa comune, dovrebbe essere prerogativa imprescindibile della musica stessa?

La risposta è sì e letture come questa ce ne danno la conferma. Spesso è stato posto l’accento sul valore denotativo e simbolico della musica, quasi fosse impossibile conferirle una funzionalità descrittiva. Tuttavia le descrizioni che passano fra le righe del libro di Terni presentano lo stesso scarto fenomenologico che s’interpone tra lo spiegare una cosa o il comprenderla nella sua essenza.

La musica si apre a un’infinità d’interpretazioni, ma l’ascolto vero, distaccato, immediato, estetico, si concretizza nell’hic et nunc, nel qui e ora, ed è un atto unico e irripetibile, un ascolto tutto d’un fiato che in un’onda sinestesia è in grado di coinvolgere tutto il nostro corpo e il nostro essere-uomo-suono.

Il respiro della musica è un sentire, un percepire e un comprendere senza filtri, senza dover ricorrere alle zone superiori del cervello, ma a quelle più empatiche, più antiche, quelle che sanno cogliere il movimento, quelle che fanno venire la pelle d’oca, quelle che fanno viaggiare attraverso immaginari mai esplorati fin d’ora.

La musica come autentica immagine del mondo… ordinato dal molteplice respiro di infinite sequenze, diversamente sovrapposte e su diversi vettori temporali, in una fluttuante architettura.

Con un’immagine poetica ed efficace, Terni ci rammenta la vera natura della musica: quella ineffabile, per usare un’espressione di Jankelevitch, dove la temporalità si fa divenire e lo scorrere delle tracce sonore insieme ai processi imitativi propri della composizione si estrinsecano attraverso il continuo dipanarsi di un filo di scrittura, di un versatile flusso narrativo capace di tessere molteplici sequenze di suoni significanti a misura del nostro ascolto.

Ci sono libri che, per lasciare un messaggio significativo e catturare l’attenzione del lettore habitué, lo accompagnano a piccoli passi verso un finale esplosivo, inaspettato, quasi si dovesse premiare l’attesa e la paziente perseveranza antecedenti a quell’apice narrativo. Ma ci sono letture invece, come Il respiro della musica, che fin dalle prime pagine sono in grado di rapirci e di scuoterci fin dalle radici più profonde quasi ogni frase si ramificasse dentro toccando il nostro essere dalla punta dei piedi, passando per il cuore fino a raggiungere le vette più inaccessibili della nostra coscienza.

Riflettendo sui tecnicismi, sulle tipiche espressioni impiegate spesso dalla musicoterapia, vorrei che, riportando questo breve frammento, si potesse implementare il concetto benenzoniano di iso per regalare un’immagine capace di arricchirne la definizione in senso esteso e percettivo:

 

l’ascolto non è solo un confronto plurale, mobile,sfuggente,variabile,abitato dai mille riflessi dell’eco: vi è un inizio, come fosse un concepimento. E’una soglia, un passaggio preliminare, delicato, duro e severo…è il nostro riconoscere-fulmineo e assoluto-un’identità musicale nel momento stesso del suo farsi, momento, questo, intrigante e misterioso, come ogni nascita…

 

Recensione a cura di Luca Zoccolan